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martedì 27 maggio 2008

Rivelazione: Saddam era ragionevole. Bush no.

Articolo di Maurizio Blondet tratto dal sito Effedieffe.com del 26 Maggio 2008.

www.effedieffe.com


Tre anni prima dell’invasione americana, Saddam Hussein «offrì agli stati Uniti un accordo: avrebbe aperto (agli americani) dieci nuovi giganteschi giacimenti petroliferi a condizioni ‘generose’, in cambio di un alleviamento delle sanzioni».

Lo ha rivelato ad una commissione parlamentare inglese l’economista petrolifero Mahmaoud Salameh, cittadino britannico, che è consulente insieme della Banca Mondiale e dell’UN Industrial Development Organisation (Unido). Se l’offerta fosse stata accettata, il greggio sarebbe oggi a 40 dollari il barile anzichè a 137.

«Certamente avrebbe prevenuto il rapido rincaro che constatiamo», ha detto il dottor Salameh. «Ma gli USA avevano un’altra idea: occupare l’Iraq e annettersi il suo petrolio» (1). Non è stata una buona idea, diranno gli ingenui.

Le forze USA occupano l’Iraq al costo di 780 milioni di dollari il giorno (per confronto, la FAO ha chiesto al mondo, per affrontare i rincari alimentari che le rendono impossibile sfamare gli ultimi degli ultimi, 480 milioni di dollari; mezza giornata di occupazione), e tuttavia non riescono a succhiare dal sottosuolo iracheno nemmeno tanto petrolio quanto ne estraeva, negli ultimi tempi, il governo di Saddam, nonostante le difficoltà imposte dalle sanzioni: 3,5 milioni di barili al giorno. Oggi sono 2 milioni. E i rincari dovuti alla guerra costano al mondo intero, in maggiori costi energetici, 6 mila miliardi (6 trilioni) di dollari.

Tuttavia, i meno ingenui diranno che l’idea è stata ottima, se si tiene presente che il vero scopo strategico dell’avventura militare non era impadronirsi del petrolio, ma il bene supremo di Israele: che voleva essere liberata da un avversario potenzialmente serio, ed ora - mai contenta - vuole da Bush che la liberi, con le ultime forze rimastegli, dell’altro nemico immaginario, l’Iran. In questo senso l’operazione è stata un successo, che gli USA pagano con la rovina della loro egemonia, della loro credibilità e della loro economia, e a cui tutto il mondo noachico contribuisce pagando cifre stellari alla pompa di benzina, ed entrando perciò in recessione.

La rivelazione del dottor Salameh ricorda un noto precedente storico: anche il Giappone, nel 1939, offrì a Roosevelt un accordo molto ragionevole - persino l’uscita dall’Asse - in cambio di un alleviamento del blocco economico, soprattutto petrolifero, che Washington aveva imposto a Tokio. Per tutta risposta, Roosevelt confiscò i beni e i conti giapponesi nelle banche USA. E aspettò l’inevitabile Pearl Harbour, il proditorio attacco nipponico, da un Giappone messo con le spalle al muro. L’America ufficiale voleva la guerra, e la ebbe.

Come sappiamo, il centro neocon PNAC (Project for a new american Century) auspicò nel 2001 «una nuova Pearl Harbor» onde avere il pretesto per la nuova tornata di guerre per la democrazia. La nuova Pearl Harbor venne puntuale l’11 settembre 2001.

E’ probabile che l’offerta di Saddam fosse arrivata prima, forse ancora quando era presidente Bill Clinton: ma Clinton - se fu lui a rifiutare il compromesso - era sotto minaccia di impeachment per il suo amorazzo con la Levinsky, la Giuditta degna di un tale Oloferne (le numerose donne di malaffare che nella Bibbia si danno carnalmente al nemico per distruggerlo o controllarlo sono eroine in Giuda: non è un caso che abbiano imitatrici lungo tutta la storia).

Ora si capisce meglio perchè è stato necessario impiccare alla svelta Saddam, ed ora i liberatori si preparano ad ammazzare il cristiano Tarik Aziz con un processo-lampo (e farsa): anche il ministro degli Esteri di Hussein deve essere messo a tacere. Nè è probabile che il petrolio iracheno, sotto confisca americana, torni a fluire a fiumi.

Prima, c’è da perfezionare il progetto israeliano finale: smembrare l’Iraq in tre provincie etniche e reciprocamente ostili, di nessun peso politico, onde impedire la rinascita di un avversario potenziale moderno e funzionante. Così, l’esausta superpotenza, prima di tramontare, deve infliggere altre crudeli sofferenze al popolo irakeno, sul modello che viene inflitto ai palestinesi da Sion.

Dopo 4 anni di occupazione, continuano i bombardamenti sulla popolazione occupata, le uccisioni e gli arresti arbitrari, fra combattimenti che la stampa servile non riporta. Continua la battaglia per togliere a Muktada Al-Sadr il controllo di Bassora, e questo groviglio di bombe e massacri è stato chiamato dal Pentagono «Operation Peace». Ancor meno visibile, un «mini pogrom di sunniti» è in corso a Mossul, ed è chiamato offensiva contro Al-Qaeda in Iraq.

Ma la realtà è un’altra, come rivela Pepe Escobar (2), uno dei pochi coraggiosi giornalisti che in Iraq fanno il loro mestiere col rischio immanente di essere eliminato da «terroristi islamici» (Al-Mossad in Iraq). I collaborazionisti curdi vogliono Mossul come capitale - e Mossul non è curda, essendo una città multietnica e multi-religiosa di 1,7 milioni di abitanti. Dunque occorre una preliminare pulizia etnica, che viene condotta dalla milizie del «governo» dello sciita Al-Maliki, con l’appoggio armato di Washington. Il numero degli ammazzati è salito dai 90 del settembre 2007 ai 213 del marzo 2008.

Le forze di Al-Maliki hanno arrestato da gennaio ad oggi oltre 1.100 persone, quasi tutti ufficiali ex Baathisti - il Pentagono li chiama «Al Qaeda in Iraq» e annuncia una vittoria su «al Qaeda». La minoranza araba di Mosul denuncia che il «governo» sciita di Maliki ha tagliato l’acqua alla parte della città dove abitano loro, «come punizione collettiva contro gli arabi che rifiutano la kurdizzazione di Mosul». Intanto, le milizie curde (Peshmerga) vanno casa per casa a far firmare alle minoranze delle lettere, in cui le persone devono dichiarare che la loro proprietà è collegata ad un’area dominata dai kurdi. Peshmerga e miliziani sciiti di Al Maliki (che ora formano l’esercito regolare, diciamo così) sono noti per far sparire uomini a decine, che poi vengono trovati orribilmente mutilati. La gente firma.

Il tutto in vista delle elezioni provinciali di novembre (sono state rimandate di un mese): dove, dopo questo trattamento, la popolazione di Mosul liberamente sceglierà di passare sotto il Kurdistan, oggi protettorato di Al-Mossad. Anni ed anni di orribili sofferenze attendono ancora gli iracheni. E’ stupefacente però che questo popolo massacrato, privo ormai di tutto, dove tutti sono nemici ormai l’uno dell’altro, continui ad opporre una continua, potente e inarrestabile resistenza all’occupante.

Lo riconosce il sociologo statunitense Michael Schwarz (3): «A Washington, per i politici democratici non meno che per i repubblicani, l’idea resta quella... di un Iraq con una economia neoliberista, con un settore petrolifero moderno in cui le multinazionali usano la tecnologia più avanzata per aumentare al massimo la produzione di petrolio che stagna. La resistenza irachena, di ogni genere e ad ogni livello, ha tuttavia impedito a questa visione di diventare realtà. A causa degli iracheni, la gloriosa Guerra Globale al Terrore si è tramutata in una guerra vera, senza fine e senza speranza. Gli iracheni hanno pagato un prezzo terribile per resistere. L’invasione e le politiche sociali ed economiche che l’hanno accompagnata hanno distrutto l’Iraq, lasciando il suo popolo in privazione totale (destitute). Nei primi cinque anni di questa guerra senza fine, gli iracheni hanno sofferto più, resistendo, che se avessero accettato e sopportato il dominio economico-militare americano. Ma, coscientemente o no, essi si sono sacrificati per fermare la progettata marcia di Washington lungo il Medio Oriente petrolifero, sulla strada di un Nuovo Secolo Americano che, ormai, non sarà mai più».

C’è qui il riconoscimento di un evento - cui stiamo assistendo - che non riguarda più la cronaca storica. Senz’armi e alla fame, irradiati da uranio, senza guida, senza unità e persino senza umana speranza, coscientemente o no, non nazioni, ma «fazioni» (4) islamiche stanno resistendo vittoriosamente alla Bestia e alla sua Babilonia globale, la sfiniscono e la fanno piegare: lo fanno in Palestina, lo fa Hezbollah, lo fanno gli iracheni. Questi, con «l’estremo sacrificio di sè sotto le più avverse condizioni» - che è la definizione stessa dell’eroismo militare.

I media e la propaganda del nemico, stupido vile e feroce, non glielo riconoscono: li chiamano terroristi. Dio, credo, avrà un altro giudizio. E quello su noi cristiani complici, temo, non sarà lieve.
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1) Archie Bland, «Oil: a global crisis», Independent, 25 maggio 2008.
2) Pepe Escobar, «The Mosul riddle», Asia Times, 24 maggio 2008.
3) Michael Schwarz, «How the US dream foundered in Iraq», Asia Times, 24 maggio 2008.
4) «Taifa mansura», ossia fazione sostenuta e benedetta, fu l’espressione che Maometto usò in una delle sue visioni dei tempi ultimi: una fazione appoggiata (da Dio) avrebbe continuato a lottare anche nelle condizioni più difficili; e quando gli chiesero quale fosse questa fazione, rispose:
«La gente che vive ad Al-Aqsa e nei dintorni», ossia i palestinesi. (vedi Hamza Piccardo, «Miracolo a Baghdad», Edizioni Al-Hiikma, pagina 109). Un altro hadith pare riferirsi ai nostri giorni: «Dice Abu Nadhrah: ‘Noi eravamo seduti in compagnia di Jabir bin Abdullah (R.A.) quando lui disse: ‘Presto le persone dell’Iraq riceveranno né cibo (grano) né soldi’. Noi chiedemmo: ‘Perché accadrebbe tale cosa?’ Lui rispose: ‘A causa dei non-arabi’. Lui disse poi: ‘Presto le persone di Shaam (la Siria) riceveranno né cibo, né soldi, né grano’. Noi chiedemmo perché sarebbe accaduto questo. Lui rispose: ‘A causa dei romani (gli occidentali)’ ».

lunedì 26 maggio 2008

La verità sui suicidi dei veterani

Articolo di Aaron Glantz tratto dal sito www.fpif.org (Foreign Policy In Focus) del 9 Maggio 2008.

Titolo originale dell'articolo: The Truth About Veteran Suicides

Tradotto da Cristina Pompei per comedonchisciotte.org


In media, ben diciotto veterani si suicidano in America ogni giorno, e circa un migliaio tentano il suicidio ogni mese tra gli ex-soldati che ricevono assistenza dal “Department of Veterans Affaires” (VA). Sono piu' i veterani che muoiono suicidi che i soldati che muoiono in combattimento.

Si tratta di statistiche che la maggior parte degli americani non conosce poiché l’amministrazione Bush si rifiuta di diffonderle. Dall’inizio della guerra Iraq, il governo ha cercato di presentarla come una “guerra senza vittime”.

Di fatto, non sarebbero mai venute alla luce se non fosse per la class action avviata congiuntamente dall’Associazione “Veterans for Common Sense” e “Veterans United for Truth” per conto di 1,7 milioni di Americani i quali hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. I due gruppi accusano il VA di aver sistematicamente negato l’assistenza psicologica e gli indennizzi per l’invalidità ai veterani rientrati dalle aree di conflitto.

La causa, nota ufficialmente sotto il nome di Veterans for Common Sense vs. Peake, è stata rinviata in giudizio il mese scorso alla Corte federale di San Francisco. In attesa di sentenza prevista il 19 maggio p.v. da parte del Giudice, Samuel Conti, la causa sembra già avere un fortissimo impatto [ad oggi, 21 maggio, ne' il sito ufficiale della class action Veterans for Common Sense vs. Peake ne' quelli degli organizzatori Veterans for Common Sense e Veterans United for Truth riportavano aggiornamenti. N.d.r.].

“Shh!”

Ecco perché durante le due settimane del processo, il VA è stato obbligato a produrre una serie di documenti i quali mostrano l’entità della crisi che colpisce i soldati rimasti feriti.

“Shh!” è l’espressione con cui inizia una e-mail di monito da parte del Dr. Ira Katz - Direttore della VA Mental Health Division - nella quale suggeriva ad un portavoce di non dire alla CBS News che ogni mese circa 1000 veterani in cura presso il VA tentano il suicidio.

“I coordinatori che si occupano della prevenzione al suicidio identificano circa 1.000 tentativi al mese tra i veterani che visitano la struttura. Forse è ora di affrontare la questione con attenzione, prima che qualcuno ci si imbatti”, concludeva nella sua mail.

Sono state immediatamente richieste le dimissioni di Katz. Il 6 maggio scorso il Presidente del Comitato Nazionale VA, Bob Filner (D-CA), ha convocato un’udienza dal titolo “The Truth About Veteran’s Suicides” ed ha richiesto il confronto tra Katz e James Peake (Segretario VA).

“Quella mail, povera nei toni, è parte di un dialogo sul tipo di informazione che da oggi in poi siamo chiamati a dare” ha asserito Katz in risposta ad alcuni membri dello staff sul momento più opportuno ed appropriato per diffondere e rendere pubbliche le informazioni.”

Filner era piuttosto sbalordito ed ha accusato Katz and Peake di “occultamento”.

“Un simile accaduto dovrebbe suscitare rabbia in ognuno di noi” ha dichiarato Filner “Si tratta di una questione di vita o di morte per i veterani dei quali siamo responsabili e, a mio parere, c’è stata una negligenza criminale nell’affrontare la questione. Se non lo si ammette, per ipotesi o reale consapevolezza, allora il problema continuerà a sussistere e le persone moriranno. Se questa non è negligenza criminale, allora non so davvero come chiamarla”.

Un modello.

Fa parte anche di un modello. L’elevato numero di veterani suicidi non è l’unica statistica che L’Amministrazione Bush è stata obbligata a rivelare in virtù di una causa legale.

Una serie di documenti presentati alla corte ha dimostrato che in sei mesi (fino al 31 marzo), un totale di 1.647 veterani sono deceduti in attesa che il governo approvasse la loro domanda di invalidità. Secondo altri documenti ancora, i veterani che si appellano alle sentenze del VA sull’approvazione o meno della loro domanda di invalidità attendono in media 1.608 giorni prima di avere una risposta.

Ci sono inoltre altre statistiche non nascoste ma nemmeno rivelate come quelle effettuate dal Pentagono su base mensile circa il numero dei soldati americani “feriti” in Iraq (attualmente pari a 10.180) e di quelli “malati” (28.451). Tutte e tre le categorie rappresentano i soldati che hanno pertanto subito danni fisici e che devono essere trasportati in Germania per una adeguata assistenza.

Altra cifra della quale non sentiamo parlare tanto spesso: 287.790. Vale a dire i veterani della guerra in Iraq ed Afganistan che al 25 Marzo 2008, hanno fatto richiesta per il riconoscimento dell’invalidità. Questo dato non è di pubblico dominio, ma rivelato dall’Associazione Veterans for Common Sense rifacendosi a quanto predisposto dal Freedom of Information Act.

Perché tanta segretezza? Perché è così difficile fornire dei dati precisi sulle vittime? Perché l’Amministrazione Bush sa che se gli Americani all’improvviso si svegliassero, il prezzo pagato per questa guerra sarebbe estremamente difficile da mandare giù.

Una “passeggiata”…

Torniamo indietro al 2002, prima dell’invasione dell’Iraq, quando i neo-conservatori Ken Adelman e Donald Rumsfeld predicevano che la guerra sarebbe stata una “passeggiata”.

Oppure prendiamo in esame l’affermazione del Vice-Presidente Dick Cheney. Due giorni prima dell’invasione, Cheney aveva detto a Tim Russert della NBC che la guerra sarebbe stata “piuttosto rapida… una fine prevista nel giro di settimane…piuttosto che mesi”

Oggi, simili commenti vanno a farsi friggere ma la soggiacente motivazione resta e si consolida. Ecco perché il portavoce del VA ammonisce con un “Shh!” un portavoce che sta rispondendo ad un giornalista che sta facendo l’inchiesta.

Eppure, tutti gli “shhh” del mondo non riusciranno ad attenuare il terribile dolore che aumenta dopo cinque anni di conflitto in Iraq e quasi sette in Afghanistan.

Fatti spiacevoli

Secondo uno studio condotto dalla Rand Corporation il mese di aprile scorso, circa 300.000 veterani di Iraq e Afghanistan soffrono di disturbi mentali o stati di grave depressione. Altri 320.000 riportano danni cerebrali e fisici molto seri. La maggioranza non riceve sostegno di alcun tipo da parte del Pentagono e dal sistema VA, i quali sembrano ben più preoccupati a celare i fatti spiacevoli piuttosto che a prestare la dovuta assistenza.

La RAND Corporation, nel suo studio, sostiene che il governo federale non presta assistenza ai veterani, a suo rischio e pericolo – sottolineando il fatto che i disturbi e i danni post-traumatici “potrebbero avere effetti e conseguenze ben lungi da ogni immaginazione”.

“I soggetti affetti da simili condizioni affrontano rischi più elevati rispetto ad eventuali problematiche psicologiche e tentativi di suicidio. La percentuale di comportamenti malsani (quali per es. fumo, obesità, promiscuità sessuale) per loro raggiunge dei livelli molto alti”. “Simili condizioni compromettono naturalmente i rapporti con gli altri, distruggono i matrimoni, aggravano ulteriormente eventuali difficoltà con le famiglie e causano problemi nei figli i quali si portano dietro le conseguenze per generazioni e generazioni”.

“Il che, in termini economici, si traduce in costi molto alti,” spiega RAND. “Tuttavia la maggior parte dei tentativi atti a misurare l’entità di tali costi si focalizza soltanto sui costi medici affrontati dal governo. Ed i costi diretti delle cure prestate costituiscono soltanto una frazione dei costi totali collegati alla salute mentale e alle condizioni cognitive. Ancora più alti sono i costi individuali e sociali a lungo termine derivanti dalla bassa produttività, da una minore qualità di vita, un aumento dei senzatetto, degli episodi di violenza domestica e dei suicidi. Una efficiente ed efficace assistenza ai veterani significherebbe una drastica riduzione di tali costi nel più lungo termine”.

Bush e il Congresso hanno la facoltà ed il potere di far sì che la situazione non peggiori. Non è tardi per aiutare i nostri veterani che tornano dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Non è tardi per iniziare un monitoraggio adeguato al fine di assistere tutti quegli uomini e donne che hanno subito dei danni di tipo traumatico. Così come non è tardi per snellire un iter burocratico troppo complicato per l’ottenimento dell’indennizzo di invalidità. Come dimostra lo studio condotto dalla Rand, tutto questo non è soltanto nel migliore interesse dei veterani ma piuttosto, nel lungo termine, è nel migliore interesse di tutto il paese.

E per cominciare, basterebbe che l’Amministrazione Bush fornisse informazioni oneste e veritiere circa i costi in termini umani della guerra in Iraq.

Aaron Glantz, collaboratore di Foreign Policy In Focus, e' autore di due libri sull'Iraq di prossima uscita: “The War Comes Home: Washington's Battle Against America's Veterans” (UC Press) e “Winter Soldier Iraq and Afghanistan: Eyewitness Accounts of the Occupations” (Haymarket). Cura il sito web WarComesHome.org.

Si legga inoltre: GUERRA IN IRAQ: PIU’ DI 15000 LE VITTIME USA? - LE PERDITE MILITARI USA IN IRAQ SONO MAGGIORI DI QUANTO VIENE RIPORTATO e MORTI USA IN IRAQ: SOLO 1 NOME SU 10 VIENE PUBBLICATO

lunedì 19 maggio 2008

Perchè si suicidano i soldati USA

Articolo di Maurizio Blondet tratto dal sito Effedieffe.com del 19 Maggio 2008.

www.effedieffe.com



«Spesso i nostri convogli s’imbattevano in corpi umani abbandonati per la strada, a volte da settimane. In questo caso, la norma per noi era di passare sopra i corpi con l’automezzo, a volte fermandoci a fare fotografie»: così ha testimoniato il Marine Vincent Emanuele in un’audizione davanti al Congresso (1).

Il sergente Adam Kokesh ha esibito una foto che lo ritraeva in piedi, sorridente, davanti al cadavere di un iracheno a cui un altro Marine aveva sparato.

«E’ una foto di cui adesso mi vergogno», ha raccontato, «ma in quel momento ciò che mi disturbava era che non ero stato io ad ammazzare quell’uomo, e stavo facendo una foto-ricordo col trofeo di un altro». Il corpo, ha spiegato, era quello di un innocuo civile, la cui auto era stata accidentalmente «presa di mira» dai Marines.

Il fatto, ha spiegato l’ex Marine Vincent Emanuele, è che «le nostre regole d’ingaggio stabiliscono che per fermare un’auto, dobbiamo prima sparare in avvertimento a terra davanti al veicolo, poi al blocco motore, infine al parabrezza; questo se l’auto si muove ancora. Di fatto, spesso abbiamo sparato anche a macchine che s’erano accostate a lato strada».

La testimonianza davanti al Congresso nasce da un raduno avvenuto in Maryland il marzo scorso. Era una riunione di reduci, dal titolo: «Winter Soldiers, Iraq and Afghanistan, eyewitness account of the occupations», in cui decine di ex soldati hanno raccontato le atrocità cui avevano assistito, o che avevano commesso essi stessi, durante il servizio nei Paesi occupati.

In quella riunione, un vecchio reduce dal Vietnam prima ha mostrato una foto che lo ritraeva accanto a un cadavere vietnamita - lo stesso «ricordo di caccia» che aveva in tasca il sergente Kokesh - ed ha detto: «Non permettete al governo di farvi questo. Non permettete al governo di porvi in una situazione in cui il disprezzo per la vita umana diventa così accettabile e comune».

A quel punto, i più giovani reduci dall’Iraq hanno deciso di ottenere un’audizione dal Congresso. Li ha ascoltato il «Progressive Caucus», i deputati della sinistra democratica.

Luis Carlo Montalvan, già capitano dell’esercito, ha testimoniato di aver visto personalmente personale militare USA eseguire interrogatorii con la tecnica del «waterboarding», il simulato annegamento dell’interrogato, definito come tortura persino dai tribunali americani. Montalvan è stato sotto il diretto comando del generale David Petraeus nel 2005-2006: «Alziamo la voce», ha detto, «per sollevare la questione della violazione dei doveri di generali che vengono promossi e fanno carriera, mentre continuano a diffondere le menzogne sulla situazione in Iraq».

Il sergente Matthis Chiroux, 24 anni, ha servito come giornalista in uniforme per le pubblicazioni dell’esercito. «In questa veste ho sentito una quantità di racconti da far rivoltare lo stomaco sugli orrori e i delitti che si commettono in Iraq. Per paura di ritorsioni dall’amniente militare, non ho mai riportato questi crimini. Ma ho deciso: mai più lascerò che la paura mi chiuda la bocca» (2).

Chiroux ha ricevuto un nuovo richiamo alle armi in base al decreto «stop-loss», che dà al presidente Bush il potere di trattenere i soldati (tutti volontari) in servizio anche oltre il termine del contratto. Già 50 mila soldati sono stati trattenuti in servizio in questo modo, praticamente un esercito mobilitato a forza.

Quando ha ricevuto la nuova cartolina precetto, ha detto Chiroux, «ho pensato seriamente al suicidio. Mi sono chiuso nella mia stanza e non ne sono uscito per quasi un mese. Sedevo lì leggendo le notizie dall’Iraq, disperato: mi obbligano a tornare là, mi dicevo, mi obbligano a partecipare di nuovo a un crimine contro l’umanità. Non volevo esserci più, non volevo».

Poi il suo incontro con altri reduci anti-guerra (Iraq Veterans against the War) ed è andato al raduno dei Winter Soldiers: «Per la prima volta ho parlato di ciò che sentivo, con persone che si sentivano come me». Da allora ha deciso: rifiutare la chiamata. Poteva scappare all’estero per fuggire le conseguenze penali della diserzione. «Ma ho deciso di restare in USA a difendermi dalle accuse che l’esercito mi eleverà. Io rifiuto di partecipare all’occupazione dell’Iraq».

Le atrocità commesse, occasione di risate fra commilitoni sul campo, poi ossessionano questi giovani quando tornano, nella loro solitudine di reduci. Questo può spiegare il numero altissimo di suicidi fra i soldati dimessi, oltre mille al mese. Il dato, impressionante, fatica a raggiungere i grandi media nazionali; lo stillicidio di suicidi fra reduci è riportato solo dalla stampa locale.

Il San Francisco Chronicles ha recentemente rivelato che nel solo 2006, e nella sola California, si sono tolti la vita 666 reduci dell’Iraq e Afghanistan. Il 21% di tutti i suicidi della California, anche se i reduci sono solo il 6% della popolazione californiana.
Il deputato Maxine Walters, dopo la testimonianza, ha detto ai giovani soldati che avevano deposto: «Voglio ringraziarvi: avete più coraggio di tanti membri del Congresso, siete venuti qui sfidando gli ordini e le istruzioni che vi erano state date. Vi rendo onore per questo».

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1) Aaron Glantz, «Iraq veterans describe atrocities to lawmakers», AntiWar.com, 17 maggio 2008.
2) Aaron Glantz, «Soldier refuses Iraq tour, citing «stomach-churning» horros», AntiWar.com, 17 maggio 2008.

mercoledì 7 maggio 2008

Per quel che vale. Libertà di stampa

Articolo di Vauro Senesi tratto dal DNews del 6 Maggio 2008. Pag.15

www.dnews.eu

I sequestri di serie A e i rapimenti nascosti

Un giornalista della tv Al Jazeera torturato in prigione: ma nessuno ne parla.

Il 3 maggio era la giornata mondiale della libertà di stampa. Proclamata dall’Unesco, per commemorare i tanti giornalisti uccisi o imprigionati, nel tentativo di svolgere il loro lavoro di informazione. A qualcuno saranno tornate alla mente le immagini drammatiche dei video girati dai terroristi: gli appelli disperati di Giuliana Sgrena dall’Iraq, quelli di Daniele Mastrogiacomo dall’Afghanistan. Quante giuste parole di sdegno furono spese (insieme ad altre di infame speculazione) sulla loro condizione di ostaggi. Quanto altrettanto giusto disprezzo fu rovesciato sui loro rapitori. “Barbari” “taglia- gola” “criminali” “t e r r o r i st i ”, sulle colonne dei giornali e dei telegiornali si sprecarono gli insulti. Bene, il primo maggio è stato finalmente liberato un giornalista rapito al confine tra Pakistan e Afghanistan. Ma di lui si è parlato pochissimo. Il rapimento nel silenzio Buona parte dell’opinione pubblica mondiale non aveva avuto neppure notizia del suo rapimento; eppure è avvenuto nel gennaio del 2002. Fatta eccezione per Amnesty International e poche altre organizzazioni, a nessuno interessava granché difendere la libertà di stampa o mobilitarsi perché fosse rilasciato. Il giornalista fu portato, dai suoi rapitori, dal confine pakistano fino a Bagrham in Afghanistan. Lì fu rinchiuso in una gabbia aperta, esposto al freddo ed alle intemperie, malnutrito fu picchiato, torturato e minacciato con i cani. Poi i rapitori lo trasferirono in un altro loro covo, nel sud dell’Afghanistan a Kandahar. Lì le torture e i maltrattamenti continuarono. Gli furono strappati a forza i capelli e la barba, fu molestato sessualmente, minacciato di stupro, gli fu impedito di lavarsi per 100 giorni perché i pidocchi lo continuassero a torturare nei momenti di pausa degli aguzzini. Non trascorse tutti gli anni della sua prigionia a Kandahar, perché i suoi rapitori decisero di nasconderlo in una base più segreta fuori dall’Afghanistan, dove fu ancora torturato con percosse sulla pianta dei piedi e privazione del sonno. Gli fu inferta una profonda ferita al volto che gli fu ricucita malamente e senza anestesia. Mi chiedo come mai di lui si sapesse poco o nulla. Forse perché i suoi rapitori non hanno prodotto video dove l’o st a g g i o potesse appellarsi alle autorità del suo paese. Forse perché il nome del giornalista, Sami Al Haj, è un po’ difficile da pronunciare e memorizzare, specialmente per gli occidentali che sono i paladini della libertà di stampa. Forse perché la testata televisiva per cui lavorava, Al Jazeera, è poco affidabile. Forse perché il suo paese di origine, il Sudan, è un “paese canaglia”. Oforse perché i suoi rapitori non avevano il volto coperto dalla Kufia e i coltellacci alla cintola, ma indossavano e indossano l’uniforme dell’esercito americano e il covo segreto, tanto segreto non è, base Usa di Guantanamo, ancora in funzione, piena di altri ostaggi che, con ogni probabilità stanno ancora oggi subendo gli stessi trattamenti inflitti a Sami. Sarò malizioso ma protendo per questa ultima ipotesi. Mica si può dare dei “barbari” “criminali” “tagliag ole” agli alleati americani, tanto impegnati a portare la libertà e la democrazia. Quelli sono epiteti destinati ai nemici, ai terroristi, appunto.

VAURO SENESI

GI O R N A L I S TA


E V I G N ET T I S TA

mercoledì 30 aprile 2008

George Bush, le frasi storiche


Articolo di Maurizio Blondet tratto dal sito Effedieffe.com del 29 Aprile 2008.

www.effedieffe.com


Il pubblico italiano può non avere una chiara idea dell’eloquenza di George Bush, dei suoi strafalcioni, della confusione mentale e del pressapochismo che rivela la sua parlata. Diamo qui alcuni esempi. A quale altro presidente è stato perdonato tanto, dai media e dalla cosiddetta opinione pubblica?

«Stamattina la mia amministrazione ha diffuso il bilancio per l’anno fiscale 2006. I numeri di questo budget non sono solo stime; sono i risultati effettivi dell’anno fiscale che è finito il 30 febbraio».
(Washington, 11 ottobre 2006. L’anno fiscale finisce il 30 settembre. E il mese di febbraio non ha 30 giorni).

«Ho una foto nel mio ufficio, anche. E tutti gli americani hanno visto quella foto. Quattro settembre 2001: io in piedi fra le rovine delle Twin Towers. Un giorno che non dimenticherò mai».
(Marlton,, New Jersey, 18 ottobre 2004).

«Abbiamo discusso su come progredire in Iraq, discusso l’importanza di una democrazia nel grande Medio Oriente per lasciarci alle spalle un domani di pace!
(Tbilisi, Georgia, 10 maggio 2005)

«E’ un mito credere che io non so cosa succede. E’ un mito credere che io non sappia che ci sono opinioni che non si accordano con le mie, perché ne sono pienamente cosciente».
(Philadelphia, 12 dicembre 2005)

«Secondo il mio giudizio, quando gli Stati dichiarano che ci saranno gravi conseguenze, e poi non ci sono gravi conseguenze, ciò crea conseguenze avverse».
(Per difendere la sua decisione di invadere l’Iraq, 8 febbraio 2004).

«Questa gente (i terroristi) non hanno carri armati. Non hanno navi. Si nascondono in caverne. Mandano fuori i suicidatori».
(Portsmouth, 1 novembre 2002).

«Io sono il comandante – vedete, non ho bisogno di spiegare – non devo spiegare perché dico le cose. Questa è la cosa interessante dell’essere presidente».
(Citato da Bob Woodward sul Washington Post, 20 novembre 2002).

«Dunque, abbiamo parlato con Joan Hanover. Lei e suo marito, George, ci hanno fatto visita. Sono vicini alla pensione – vanno in pensione – sulla via della pensione, il che significa che sono gente molto intelligente, attiva e capace che sono arrivati all’età della pensione e vanno in pensione».
(Alexandria, Virginia, 12 febbraio 2003).

«Questo mio viaggio in Asia comincia qui in Giappopne per un importante motivo.. Comincia qui perché, ormai da un secolo e mezzo, l’America e il Giappone hanno formato una delle più grandi e durature alleanze dei tempi moderni».
(Tokio, 18 febbraio 2002).

«Insegni a un bambino a leggere, e lui o lei sarà capace di superare un esame di lettura».
(Townsend, Tennessee, 21 febbraio 2001).

«Il mio piano riduce il debito nazionale, e molto rapidamente. Così rapidamente, di fatto, che gli economisti temono che resteremo senza debito per la pensione».
(Dicorso radiofonico, 24 febbraio 2001.

«Anzitutto, lasciatemi dire molto chiaramente, i poveri non sono necessariamente assassini. Solo perché ti capita di non essere ricco, ciò non significa che tu voglia uccidere».
(Washington, 19 maggio 2003).

«Non c’è dubbio che il nemico ha tentato di diffondere la violenza settaria. Essi usano la violenza come strumento per far questo».
(Washington, 22 marzo 2006).

«Se gli iraniani dovessero avere un’arma nucleare, potrebbero proliferare».
(Washington, 21 marzo 2006).

«C’è sfiducia a Washington. Sono francamente sorpreso di quanta sfiducia esiste in questa città. Me ne dispiace, e io lavorerò duro per cercare di elevarla».
(Alla National Public Radio, 29 gennaio 2007).

«Voi siete liberi. E la libertà è meravigliosa. E, lo sapete, occorrerà del tempo per restaurare il caos e l’ordine, voglio dire, l’ordine dal caos».
(Al popolo iracheno, 13 aprile 2003),

«Il senato degli Stati Uniti commetterebbe un errore se lasciasse uscire da quest’aula un qualunque tipo di clone umano».
(Washington, 10 aprile 2002).

«Ma l’Iraq ha – hanno gente là che vuole uccidere, e sono assassini duri. Noi lavoreremo con gli iracheni ad assicurare il loro futuro».
(Washington, 28 aprile 2005).

«Non mi rallegra affatto che Hamas ha rifiutato di annunciare il suo desiderio di distruggere Israele»
(Washington, 4 maggio 2006).

«Questo è George Washington, il primo presidente naturalmente. La cosa interessante di lui è che l’anno scorso ho letto tre – tre o quattro libri su di lui. Non è interessante?».
(Il 5 maggio 2006, mostrando a un giornalista tedesco l’Ufficio Ovale).

«Secondo me la guerra è un posto pericoloso».
(Washington, 7 maggio 2003).

«Per ogni sparatoria con esito mortale, ce ne sono state circa tre con esito non mortale. E questo, ragazzi, in America è inaccettabile. Inaccettabile. E noi faremo qualcosa per questo».
(A proposito della violenza in Usa, Philadelphia, 14 maggio 2001).

«Non sono molto analitico. Sa, io non passo un sacco di tempo a pensare a me stesso, a perché faccio certe cose».
(Sull’Air Force One, intervista, 4 giugno 2003).

«Io so in cosa credo. Io continuerò ad articolare ciò in cui credo e ciò a cui credo – io credo che ciò a cui credo è giusto».
(Roma, 22 luglio 2001).

«I nostri nemici sono innovativi e pieni di risorse? Lo siamo anche noi. Essi non cessano mai di escogitare nuovi modi di nuocere al nostro paese e al nostro popolo? E noi facciamo lo stesso».
(Washington, 5 agosto 2004),

«Troppi buoni dottori hanno perso il lavoro. Troppi ginecologi non riescono più a praticare il loro amore con le donne in tutto questo paese»
(Poplar Bluff, Missouri, 6 settembre 2004).

«La verità è, se ci pensate con attenzione, che Saddam sarebbe ancora al potere se fosse il presidente degli Stati Uniti, e il mondo sarebbe in forma molto migliore».
(St.Louis, Missouri, 8 ottobre 2004).

«Io dò un’occhiata ai titoli giusto per avere un senso di ciò che avviene. Di rado leggo gli articoli. Ricevo un briefing da persone che probabilmente hanno letto gli articoli essi stessi».
(Washington, 21 settembre 2003).

«Amo dire alla gente che quando la storia finale sarà scritta sull’Irak, sarà solo una virgola perchè c’è…voglio dire che c’è un forte desiderio di democrazia».
(alla CNN, 24 settembre 2006).

«Le nostre importazioni provengono in sempre maggiore quantità dall’estero».
(Beaverton, Oregon, 25 settembre 2005).

«Non sono un esperto di come la pensa il popolo iracheno, perché io vivo in America, dov’è più simpatico, sicuro e assicurato».
(Washington, 23 settembre 2004),

«Vedete, le nazioni libere sono nazioni pacifiche. Le nazioni libere non si aggrediscono l’un l’altra. Le nazioni libere non sviluppano armi di distruzione di massa».
(Milwaukee, 3 ottobre 2003).

«Quando un medicinale viene dal Canada, io voglio assicurarmi che ti curi, non che ti ammazzi…..Ho un obbligo di esser sicuro che il governo fa’ tutto quel che può per proteggerti. E una… la mia preoccupazione è che è che sembra che venga dal Canada, e può venire da un terzo mondo»
(St. Louis, 8 ottobre 2004).

«Che sia cristiana, ebrea, musulmana o indù, la gente ha udito la chiamata universale ad amare il prossimo come amerebbero essere chiamati loro stessi».
(Washington, 8 ottobre 2003).

«E’ importante per noi spiegare alla nazione che la vita è importante. Non solo la vita dei bambini, ma la vita dei figli che vivono, sapete, negli oscuri sotterranei di Internet».
(Arlington Heights, Illinois, 24 ottobre 2000).

«Wow! Il Brasile è grosso!».
(Davanti a una carta del Brasile all’incontro con il presidente Lula da Silva, Brasilia, 6 novembre 2005).

«Avete dei negri anche voi?»
(al presidente brasiliano Fernando Cardoso, 8 novembre 2001).

«Non posso immaginare qualcuno come Osama bin Laden comprendere la gioia di Hanukkah».
(Alla cerimonia di accensione della menorah alla Casa Bianca, 10 dicembre 2001).

«Se questa fosse una dittatura, tutto sarebbe un sacco più facile, sempre che fossi io il dittatore».
(Washington,19 dicembre 2000).

«Voglio ringraziarvi per aver preso tempo alla vostra giornata per venire qui e assistere al mio appendimento».
(Austin, Texas, 4 gennaio 2002, alla cerimonia di dedica di un suo ritratto. Egli ringrazia la gente »to come here to witness my hanging», che significa »assistere alla mia impiccagione»).

«Voglio ringraziare gli astronauti che sono fra noi, i coraggiosi imprenditori spaziali che hanno dato un così meraviglioso esempio alla gioventù del nostro paese».
(Washington, 14 gennaio 2004).

«La mia posizione pro-vita è: io credo che c’è vita. Non è necessariamente basata sulla religione. Io penso che c’è vita lì, da cui la nozione di vita, libertà e perseguimento della felicità».
(Washington, 23 gennaio 2001).

«Voglio garantire che le nostre truppe abbiano tutto quel che è necessario per completare la loro missione. E’ per questo che sono andato al Cogresso lo scorso settembre ed ho proposto fondi fondamentali – fondi aggiuntivi, che sono denaro per le corazzature e le parti del corpo e le munizioni e il carburante».
(Erie, Pennsylvania, 4 settembre 2004).

«Lei è uno dei leader più notevoli in una parte molto importante del mondo. Voglio ringraziarla per strategizzare le nostre discussioni».
(Al primo ministro della Malaysia, New York, 18 settembre 2006).

«Gli americani devono essere prudenti nell’uso dell’energia durante le prossime settimane, Non comprate benzina se non ne avete bisogno».
(Washington, 1 settembre 2005).

«Tutto è stata spazzato via totalmente…E’ devastante, e dev’essere il doppio più devastante al suolo»
(osservando dall’Air Force One i danni dell’uragano Katrina, 31 agosto 2005).

«Se dovesse piovere un sacco, c’è preoccupazione da parte del Genio Militare che gli argini possano rompersi. E così, quindi, siamo cauti a incoraggiare la gente a tornare a questo momento della storia» (Washington, 19 settembre 2005).

«Abbiamo avuto una bella riunione di gabinetto, parlato di un sacco di argomenti. Il Segretario di Stato e della Difesa ci hanno aggiornati sul nostro desiderio di diffondere la libertà e la pace nel mondo»
(Washington, 1 agosto 2003).

«Se dovessimo rifarlo, dovremo considerare le conseguenze di un successo catastrofico, aver successo così rapidamente che il nemico che doveva arrendersi o essere liquidato è fuggito e vive per combattere ancora un giorno»
(Al Time Magazine, per spiegare come mai aveva sottovalutato la resistenza irachena, 29 agosto 2004).

«Io ho fiducia che Dio parla attraverso di me. Senza questo, non potrei fare il mio lavoro».
(Ad un gruppo di Amish, 9 luglio 2004).

«Abbiamo speso un sacco di tempo a parlare dell’Africa, come è dovere. L’Africa è una nazione che soffre di incredibili malattie».
(Gotheborg, Svezia, 14 giugno 2001).

«Capite, non solo gli attentati (dell’11 settembre) hanno contribuito ad accellerare una recessione, gli attentati ci hanno ricordato che siamo in guerra».
(Washington, 8 giugno 2005).

«Mi pare che abbiano basato certe loro decisioni sulla parola – e sulle asserzioni – di persone che sono state in detenzione, gente che odia l’America, gente che a volte è stata addestrata a disassemblare – cioè a non dire la verità».
(Replica al rapporto di Amnesty International sulle torture ai detenuti di Guantanamo, 31 maggio 2005).

«Sono onorato di stringere la mano ad un valoroso cittadino iracheno che ha avuto le mani tagliate da Saddam Hussein».
(Washington, 25 maggio 2004)

«Sapete, una delle parti più difficili del mio lavoro è collegare l’Iraq alla guerra al terrore» (alla CBS News, 6 settembre 2006).

«Abbiamo trovato le armi di distruzione di massa. Abbiamo trovato laboratori biologici… ne troveremo sempre più col tempo. Ma quelli che dicono che non abbiamo trovato gli apparecchi di fabbricazione proibiti, o le armi proibite, sbagliano; le abbiamo trovate».
(Washington, 30 maggio 2003).

«Vedete, la mia linea di lavoro è: continua a ripetere le cose, continua e continua, finchè la verità affonda».
(New York, 24 maggio 2005).

«E’ nell’interesse del nostro paese trovare quelli che vogliono farci danno, e metterli fuori pericolo».
(Washington, 28 aprile 2005).

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